«Il pullman delle sei e dieci, mamma. Non alzarti.»
Teresa era già alzata da un’ora.
Sedeva nella stanza da cucito con la luce gialla della lampada accesa e la giacca da divisa di suo figlio stesa sulle ginocchia. Il secondo bottone del petto era saltato in valigia, come sempre.
Infilò il ditale d’argento sul dito medio. Lo portava al collo, appeso a una catenina, da quarantatré anni: gliel’aveva regalato Guido il giorno in cui avevano aperto la sartoria in via Roma, a Casale.
«Ce n’è un altro nel cassetto» disse Lorenzo dalla porta.
«Un altro non è uguale. Si vede.»
Lui sorrise. Aveva quarantun anni, una cicatrice bianca sul sopracciglio destro e le spalle di un uomo che dorme male da vent’anni.
«Sei mesi, mamma. Genova, Algeciras, Panama, poi ritorno.»
«Lo so dove vai. Me lo dici da quando avevi diciannove anni.»
Teresa morse il filo, girò la giacca, la scosse. Il bottone era a posto, allineato con gli altri.
«Vedi? Adesso sei un ufficiale e non un tizio scappato di casa.»
Fuori il vigneto era ancora nero. La Cascina Sant’Anna stava lì dal 1961: l’avevano comprata mezza in rovina, Guido faceva il falegname di giorno e il muratore la domenica, lei cuciva la notte. Ogni mattone di quella casa era passato per le loro mani.
«Sabrina si occuperà di tutto» disse Lorenzo, allacciandosi le scarpe. «Bollette, medico, la spesa. Le ho lasciato una procura, così non deve chiamarmi via satellitare per ogni cosa.»
Teresa non rispose subito.
«Va bene» disse poi.
Lo accompagnò fino al cortile. Lorenzo la abbracciò, e per un attimo lei sentì l’odore di sapone e di gasolio che aveva addosso da sempre.
«Torno a marzo.»
«Torna quando torni. La casa non scappa.»
Lo guardò salire in macchina. Poi rientrò e chiuse la porta.
Alle sei e venti la cucina era ancora sua.


