Il 28 novembre a Vignale c’era una nebbia che non si alzò mai.
Teresa scese alle sei per cenare. In lavanderia stava stendendo un canovaccio quando le scivolò dalle mani la bottiglia aperta che aveva portato via dal tavolo per fare spazio.
Si ruppe sulla soglia. Il vino corse fino al tappeto nuovo del corridoio, quello chiaro, e lo bevve tutto in tre secondi.
Teresa si inginocchiò subito con lo straccio.
Sentì i passi.
«Ti ho detto mille volte di non toccare le mie cose.»
«Lo pulisco io. Adesso lo pulisco io.»
Sabrina si fermò sopra di lei. Aveva ricevuto quel pomeriggio la terza telefonata della banca in dieci giorni, ma questo Teresa lo avrebbe saputo solo molto dopo.
«Sei un peso» disse. «Da settembre non fai altro che stare in mezzo. Non produci niente, non paghi niente, non capisci niente.»
«Sabrina, per favore.»
«Questa casa adesso è mia. È chiaro? Mia. E in casa mia si sta alle mie regole.»
Prese il secchio dello straccio, quello dell’acqua sporca che era lì da mezz’ora, e lo rovesciò sul pavimento appena pulito.
L’acqua grigia si allargò intorno alle ginocchia di Teresa e le bagnò la gonna, le calze, le scarpe.
«Pulisci.»
Teresa non alzò la testa.
Non pianse subito. Cominciò a passare lo straccio, avanti e indietro, con il ditale che le batteva contro il petto a ogni movimento, e pensò a una cosa sola: che nessuno lo dica a Lorenzo.
Fu allora che sentì un tonfo pesante nel corridoio.
Un rumore che conosceva: la sacca da mare che tocca il pavimento di legno.


