«Cinque giorni» disse Lorenzo. «Il tempo di trovare un posto a Casale.»
Sabrina era seduta in cucina, con il cappotto ancora addosso.
«Mi denunci?»
«Mia madre non vuole.»
Lei alzò la testa di scatto.
«Non vuole?»
«No. Per Nina.»
Sabrina rimase in silenzio a lungo. Poi disse, piano:
«Io sono cresciuta in affitto. A dodici anni ci hanno sfrattati e ho dormito tre mesi da mia zia con i sacchi neri in corridoio. Da allora non ho mai smesso di pensare a una casa. Una che non me la potesse portare via nessuno.»
«E per questo hai deciso di portarla via a un’altra donna.»
Lei non rispose.
«Sabrina, potevi dirmelo a giugno. Ti avrei mandato ogni euro. Avrei sbarcato.»
«Non volevo essere quella fallita.»
«Sei stata di peggio.»
Andò via il 6 dicembre, con due valigie e la macchina.
Nina la vede il fine settimana e ogni mercoledì. Lorenzo l’ha portata lui, ogni volta, per i primi mesi, senza mai dire una parola contro sua madre davanti alla bambina.
La separazione fu depositata a febbraio. La casa non entrò mai nella pratica: non c’era niente da dividere, perché non era mai stata di nessuno dei due.
La sera del 6 dicembre, quando in cortile rimasero solo le tracce delle gomme sulla ghiaia, Lorenzo salì nel fienile con una torcia.
La Singer era lì, sotto un telo di plastica, con un velo di ruggine sulla ruota e la corda del pedale allentata.
La caricò in spalla e la riportò dentro casa da solo, un gradino alla volta.


