«Sono tre» disse Nina.
«Cosa sono tre, amore?»
«I piatti. La mamma ne mette tre. Io, lei e papà quando c’è. Tu non ci sei mai nei piatti.»
Nina aveva otto anni e contava tutto: i gradini, le macchine rosse, le olive nell’insalata. Era seduta sul gradino della lavanderia con i calzini a righe e guardava sua nonna mangiare in piedi.
Teresa posò la forchetta.
«Perché la nonna mangia prima. Ho fame prima io, sono vecchia.»
«Non è vero. La mamma ha detto che devi stare qui.»
«La mamma ha detto tante cose.»
Nina ci pensò su.
«Nonna, perché non ti siedi?»
«Perché non c’è la sedia.»
«Te la porto io.»
E prima che Teresa potesse fermarla, la bambina era già sparita nel corridoio. Tornò trascinando una sedia della cucina, quella impagliata, facendola sbattere contro ogni stipite.
La mise davanti alla lavatrice.
«Ecco.»
Teresa si sedette. Le tremavano un po’ le ginocchia, e non era per la stanchezza.
«Grazie.»
«Nonna, mi fai vedere il ditale?»
Teresa se lo sfilò dal collo e glielo mise nel palmo. Nina lo girò contro la luce.
«È tutto bucherellato.»
«Servono i buchi. Se no l’ago scivola.»
«E quando muori a chi lo dai?»
«Nina.»
«Lo chiedo perché voglio saperlo.»
Teresa rise, e fu la prima volta in due mesi.
«A chi impara a infilare l’ago.»
Quella sera, quando Sabrina rientrò, la sedia impagliata era ancora in lavanderia.
La riportò in cucina senza dire niente.
Ma il giorno dopo, dalla lavanderia, sparì anche il davanzale: Sabrina ci aveva messo sopra due ceste di panni.


