«L’ho vista.»
Sabrina non si voltò dal lavello.
«Vista cosa?»
«La casa. Su internet. Con le fotografie.»
L’anello smise di battere sul piano.
«Chi gliel’ha fatta vedere? Quella vecchia dall’altra parte del vigneto?»
«Sabrina, questa casa è mia.»
Allora la nuora si girò, si asciugò le mani con calma e andò a prendere una cartellina blu dal cassetto.
Tirò fuori un foglio con un timbro in alto.
«Legga.»
Teresa mise gli occhiali.
Era una procura generale. La data: 4 settembre. La firma di Lorenzo, quella storta che faceva da quando era ragazzino.
«Suo figlio mi ha dato pieni poteri prima di imbarcarsi. Amministrare, incassare, firmare. Tutto.»
«Ma la casa non è di Lorenzo.»
«La casa è di famiglia.»
«La casa è intestata a me dal 1978.»
Per un secondo — un secondo solo — Teresa vide qualcosa muoversi negli occhi di Sabrina. Non rabbia. Paura.
Poi passò.
«Lei ha settantaquattro anni, vive in due stanze e non sa nemmeno accendere un computer. Cosa se ne fa di due ettari di vigneto? Noi abbiamo una bambina da mandare a scuola a Milano.»
«Non la venderete.»
«Vedremo.»
Teresa andò a Casale il giovedì mattina, con il pullman delle sette e quaranta.
Allo studio Mattioli le dissero che il notaio riceveva su appuntamento e che il primo posto libero era il 14 dicembre.
Prese l’appuntamento. Si segnò la data sul calendario delle poste, accanto alla fine di gennaio.
Tornò a casa alle undici.
In lavanderia, sopra la lavatrice, c’era il suo piatto della sera prima. Nessuno l’aveva lavato.


