La mattina dopo, alle sette, Lorenzo trovò sua madre già vestita, seduta sul letto, con la giacca della divisa ancora piegata accanto a lei.
«Mamma, dobbiamo andare da un notaio.»
«Ho già l’appuntamento. Il 14 dicembre.»
Lorenzo si mise a ridere, e la risata gli venne fuori storta.
«Sei andata da sola a Casale in pullman.»
«E come ci andavo?»
Scesero insieme.
Nel corridoio, sul vecchio mobile, la segreteria telefonica grigia lampeggiava.
Non uno. Non due. Ventidue messaggi.
«Non l’abbiamo mai svuotata» disse Teresa. «Nessuno sa come si fa.»
Lorenzo premette il tasto.
I primi erano vecchi: la farmacia, un idraulico, un sondaggio.
Il tredicesimo partì con un fruscio e poi con una voce che loro conoscevano bene.
Era Sabrina. Aveva chiamato il fisso di casa dal proprio cellulare per errore mentre parlava con qualcun altro, e la segreteria aveva registrato quarantasei secondi.
Si sentiva chiaramente:
«…no, la signora è anziana ma non è un problema, entro gennaio la sistemiamo. Al rogito ci sarà solo mio marito, ha lasciato una procura…»
Poi una risata, e la registrazione finiva.
Teresa si sedette sul primo gradino della scala.
«Mamma…»
«Aspetta» disse lei. «Fammelo sentire un’altra volta.»
Lorenzo lo rimise.
Teresa ascoltò fino in fondo, con le mani in grembo e il ditale stretto nel pugno.
Poi disse una cosa che suo figlio non si aspettava.
«Portala dal notaio, quella cassetta. Ma non dirlo in paese.»
«Perché?»
«Perché quella lì è la madre di Nina» rispose Teresa. «E Nina in paese ci deve crescere.»


