Alle sette e mezza Lorenzo accompagnò sua madre di sopra e le riempì la vasca del bagno grande.
Rimase seduto per terra nel corridoio, con la schiena contro la porta, finché non sentì l’acqua smettere di scorrere.
«Mamma, hai bisogno?»
«No.»
«Sono qui fuori.»
«Lo so.»
Restò lì un’ora.
A un certo punto, in fondo al corridoio, apparve Nina in pigiama.
«Papà, sei tornato prima.»
«Sono tornato prima.»
Lei si sedette accanto a lui sul pavimento, con le ginocchia contro il petto.
«La nonna piange.»
«Lo so.»
«Papà, io le ho portato la sedia.»
Lorenzo si girò lentamente.
«Quale sedia, amore?»
«Quella impagliata. Perché la nonna mangia in piedi in lavanderia. Non c’è la sedia lì. Io gliel’ho portata e la mamma l’ha riportata via.»
Il corridoio diventò molto silenzioso.
«Da quando mangia in lavanderia?»
Nina ci pensò, e contò con le dita.
«Da quando ci sono le tende bianche. Tanto tempo. Anche quando c’era il sole.»
Lorenzo si passò una mano sulla faccia.
«Ho fatto male a dirlo?» chiese la bambina.
«No. Hai fatto benissimo.»
«Perché la nonna dice sempre che va tutto bene.»
«Perché la nonna è così» disse Lorenzo, e gli si spezzò la voce a metà.
Quella notte non dormì.
Alle due scese in cucina. Al piano di sotto trovò Sabrina seduta al buio, con il telefono in mano e gli occhi rossi.
«Volevo dirtelo io» disse lei.
«Dirmi cosa?»
«L’agenzia è fallita a giugno. Ho quarantunmila euro di debiti. Non te l’ho detto perché eri imbarcato e non potevi fare niente.»
Lorenzo appoggiò le mani sul tavolo.
«E per questo hai messo in vendita la casa di mia madre.»
Sabrina non rispose.
«E per questo l’hai messa in ginocchio in lavanderia.»
«Quello no. Quello è stato… ero fuori di me.»
«Certo» disse lui. «Come tutte le sere da settembre.»


