«Ci serve uno studio, Teresa. Devo lavorare da casa il martedì e il giovedì.»
Sabrina era ferma in mezzo alla stanza da cucito con il metro laser in mano.
Quella stanza era di Teresa da cinquant’anni. Ci stavano dentro la Singer nera a pedale, tre cassettiere di stoffe, i cartamodelli appesi con le mollette, l’odore di cotone e di macchina da cucire che lei sentiva anche a occhi chiusi.
«E la macchina?»
«La mettiamo nel fienile. Sta benissimo, è coperta.»
Il fienile aveva l’umidità che risaliva dal pavimento.
Fabio, il nipote di Ines, venne a dare una mano a spostarla. Teresa lo seguì fino alla porta con il ditale stretto in mano e non entrò nel fienile.
Da quel giorno cambiarono anche gli orari.
Sabrina disse che la cucina la sera era «di lavoro»: chiamate con i clienti, appuntamenti al telefono. Teresa poteva cenare prima, alle sei, oppure dopo, alle nove e mezza.
Teresa scelse le sei. Mangiava in piedi, appoggiata al piano della lavanderia, con il piatto sul davanzale, perché in lavanderia non c’erano sedie e chiedere una sedia le sembrava troppo.
Il bagno grande era «per Nina, che deve fare i compiti in fretta la mattina». Teresa usava quello di servizio, in fondo al corridoio, senza acqua calda.
Il salotto era «da tenere in ordine, non si sa mai chi passa».
In tre mesi la sua casa si era ridotta a due stanze, un corridoio e un davanzale.
Non lo raccontò a nessuno.
Aveva paura di una cosa sola: che qualcuno lo dicesse a suo figlio mentre era in mezzo all’oceano, e che lui pensasse a sua madre invece che alla nave.


