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Capitolo 10: L'uomo sulla porta

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Capitolo 10 di 18
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Lorenzo aveva mollato a Genova alle undici di quella mattina, con ventitré giorni di anticipo per un cambio d’equipaggio anticipato.

Non aveva avvisato nessuno. Voleva vedere la faccia di sua madre quando apriva la porta.

Guidò dentro la nebbia per due ore e mezza. Entrò in cortile con i fari accesi alle sei e dieci di sera, spense il motore, e restò un attimo a guardare le finestre.

Alle finestre c’erano tende bianche.

Aprì con la sua chiave. La casa era buia e odorava di detersivo.

«Mamma?»

Nessuno rispose.

Sentì una voce dal fondo del corridoio. Non le parole: solo il tono.

Fece due passi e lasciò cadere la sacca.

Il tonfo rimbombò per tutta la casa.

Poi arrivò alla porta della lavanderia.

Sua madre era in ginocchio sul pavimento bagnato, con la gonna fradicia e uno straccio in mano. Sua moglie era in piedi davanti a lei con il secchio ancora inclinato.

Lorenzo non urlò.

Restò fermo sulla soglia con la divisa addosso, e i suoi occhi fecero un percorso preciso: la moglie, il secchio, le ginocchia di sua madre, l’acqua sporca, i cocci della bottiglia contro il battiscopa.

«Lorenzo.» Sabrina posò il secchio. «Non è come sembra.»

Lui la superò senza guardarla.

Si inginocchiò accanto a Teresa, sull’acqua, con i pantaloni buoni.

«Mamma.»

«Sto bene» sussurrò lei, e cercò di alzarsi da sola. «Sto bene, davvero, è caduta una bottiglia—»

Non riuscì a finire la frase.

Lorenzo si tolse la giacca della divisa e gliela mise sulle spalle.

Poi le prese le mani, quelle mani che gli avevano cucito tutto quello che aveva indossato fino a diciott’anni, e se ne accorse: erano gelate.

«Da quanto?» chiese, senza voltarsi.

Sabrina non rispose.

«Ho chiesto: da quanto.»

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