«Sono grigie, Teresa. Sono grigie e sanno di fumo.»
Sabrina staccava le tende dal bastone con due strappi secchi.
«Le ho cucite io» disse Teresa dalla soglia.
«Appunto.»
Le tende finirono in un sacco nero accanto alla porta. Al loro posto ne arrivarono altre, bianche, lisce, che non tenevano fuori niente.
Nelle prime settimane fu tutto così: piccole cose, presentate come miglioramenti.
Il tavolo di legno del nonno spostato in garage perché «occupava». Le foto sul mobile del corridoio tolte perché «facevano vecchio». La poltrona di Guido, quella con il bracciolo consumato, portata in cantina «solo per un po’, poi la facciamo rifoderare».
Non fu mai rifoderata.
Teresa contava. Non lo faceva apposta, ma contava. In due mesi la casa aveva perso undici cose sue.
Sabrina lavorava in immobiliare a Casale e parlava sempre al telefono camminando, battendo l’anello contro il piano della cucina. Tac. Tac. Tac. Teresa aveva imparato a riconoscere il rumore da due stanze di distanza.
«Ha ragione lei» diceva Teresa a se stessa, la sera. «Sono cose vecchie. La casa è di Lorenzo.»
Poi si fermava.
La casa non era di Lorenzo.
La casa era intestata a lei, dal 1978, quando Guido aveva messo tutto a nome della moglie perché la falegnameria rischiava e non voleva che i creditori le portassero via il tetto.
Teresa non lo disse a nessuno. Le sembrò brutto, come tirare fuori un coltello a tavola.
Una sera trovò il sacco nero delle tende ancora appoggiato in cortile, bagnato di pioggia.
Lo portò dentro, lo asciugò, piegò le tende e le mise nell’armadio della sua stanza.
Non le avrebbe più appese. Ma non voleva che finissero in discarica.


