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Capitolo 5: Le telefonate dal mare

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Capitolo 5 di 18
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«Mamma? Mi senti? C’è due secondi di ritardo, parla e aspetta.»

«Ti sento, ti sento.»

Le chiamate dalla nave arrivavano ogni dieci o dodici giorni, quasi sempre di sera. La voce di Lorenzo veniva da lontano e si accavallava alla sua.

«Tutto bene lì?»

«Tutto bene.»

«Nina?»

«Cresce. Conta le cose.»

«E Sabrina?»

«Lavora tanto.»

Teresa contò anche quelle: nove telefonate da settembre a novembre. Nove volte le aveva chiesto se andava tutto bene e nove volte lei aveva detto di sì.

La prima volta perché non c’era ancora niente da dire.

La seconda perché quello che c’era da dire era solo una poltrona in cantina.

Dalla terza in poi perché ormai aveva detto di sì due volte, e tornare indietro significava spiegare perché non l’aveva fatto subito.

Una sera, alla settima chiamata, Lorenzo si accorse di qualcosa.

«Mamma, hai la voce diversa.»

«Ho preso freddo.»

«Chiama il dottore.»

«L’ho chiamato.»

Non l’aveva chiamato.

«Mamma.»

«Lorenzo, dimmi una cosa: quanto manca?»

«Otto settimane. Poi rientro a Genova e sto a casa fino a giugno.»

«Bene.»

Teresa contò otto settimane sul calendario delle poste, quello con le stagioni. Segnò a matita la fine di gennaio.

Poi si accorse che stava contando come si contano i giorni in ospedale.

Riappese la cornetta sulla vecchia segreteria telefonica che stava sul mobile del corridoio dal 1997, quella grigia con il nastro dentro e la lucina rossa che lampeggiava quando c’erano messaggi.

Non l’avevano mai staccata perché nessuno sapeva più come si faceva.

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