Il legno massiccio dei gradini rifletteva la luce dorata del primo pomeriggio, emanando quell’odore di cera e pulito che avevo sempre associato alla sicurezza di casa nostra. All’ottavo mese di gravidanza, ogni movimento richiedeva una cautela metodica; posavo una mano sul corrimano levigato e l’altra a coppa sotto il ventre, dove Leo si muoveva con piccoli battiti ritmici.
Poi, il silenzio del corridoio superiore venne spezzato dal fruscio rapido dei passi di Carlotta.
Mia cognata si fermò a meno di un palmo da me, l’odore aspro del suo profumo floreale che soffocava l’aria. Il suo respiro era corto, gli occhi ridotti a due fessure cariche di rancore. Teneva le braccia rigide lungo i fianchi, le nocche sbiancate dalla tensione.
«Non hai alcun diritto di ficcare il naso negli affari della nostra famiglia», sussurrò con una calma velenosa che mi fece gelare il sangue. «Credi che quel bambino ti renda la padrona di questa casa? Non sei niente qui, Clara. Restituirai quella cartella e dimenticherai ogni singola cifra.»
Avevo trovato i registri bancari appena un’ora prima, nascosti dietro i vecchi faldoni dell’archivio nello studio di mio marito Marco. Transazioni occulte, firme falsificate a nome della società di famiglia, prelievi sistematici che stavano prosciugando l’eredità di Marco per confluire in una società di comodo registrata a Malta.
«Marco deve sapere la verità», risposi, fissandola dritta negli occhi malgrado il cuore mi martellasse in gola. «Non permetterò che tu e tua madre lo portiate alla rovina incolpando poi la nostra gestione.»
Il viso di Carlotta non mostrò paura né rimorso; mutò semplicemente in una maschera di lucida, spietata ferocia. «Non vedrà un bel niente.»
Non ebbi il tempo di arretrare. Entrambe le sue mani si schiantarono contro le mie spalle con una violenza inaudita. Il pavimento mi mancò sotto le scarpe. Un grido lacerante mi salì dal petto mentre precipitavo nel vuoto, la mano sinistra che scivolava disperatamente sul legno liscio senza trovare appiglio, la destra serrata sul ventre nel disperato tentativo di fare scudo al mio bambino.


