A tarda notte, mentre scivolavo in un sonno agitato indotto dai sedativi leggeri, Marco tornò a casa per raccogliere alcuni effetti personali e ripulire i vetri infranti. L’atmosfera nell’appartamento vuoto era carica di presagi.
Accese il computer dello studio e aprì il software del sistema di sicurezza interno. L’anno prima avevamo installato una telecamera ad alta definizione con ottica grandangolare, nascosta sopra il cornicione del corridoio del piano superiore, per controllare l’accesso alla cassaforte a muro.
Sullo schermo scuro, Marco avviò la registrazione delle 14:42.
La sequenza era nitida in modo spietato. Si vedeva chiaramente me sul ciglio del gradino, poi Carlotta che si avvicinava. Non c’era stata alcuna discussione concitata con gesti scomposti: Carlotta aveva atteso deliberatamente che io spostassi il peso sulla gamba destra prima di allungare entrambe le braccia e spingere con tutta la forza del busto. Era tentato omicidio, premeditato e calcolato al millimetro.
Ma non fu quello a togliere il respiro a Marco.
Dopo che ero caduta, mentre le mie grida squarciavano l’aria e prima ancora che la porta della stanza si spalancasse, la telecamera registrò un movimento preciso di Carlotta. Non si sporse per guardare giù. Con fredda lucidità, si chinò verso il pavimento del pianerottolo, raccolse la piccola chiave d’ottone che mi era scivolata dalla tasca del cardigan, la infilò nella tasca interna del cappotto e gettò sul primo gradino un minuscolo oggetto metallico: un gemello d’oro da camicia appartenente a loro padre, morto cinque anni prima.


