Dimessa dall’ospedale dopo due giorni di esami rassicuranti sullo stato di salute di Leo, rifiutai categoricamente di tornare a casa per riposare. Avevamo bisogno di risposte prima che Nadia e Carlotta potessero far sparire le tracce del loro piano.
Ci recammo a Firenze, nello studio del ragionier Valenti, lo storico commercialista che aveva curato gli interessi della famiglia fin dai tempi in cui l’azienda tessile paterna dominava il mercato regionale. L’anziano professionista ci accolse con evidente disagio, guardandosi continuamente alle spalle verso la porta a vetri smerigliati.
«Marco, tua madre mi ha vietato tassativamente di ricevervi», esordì Valenti, asciugandosi la fronte con un fazzoletto di stoffa.
«Mia sorella ha cercato di uccidere mia moglie incinta sulla scala di casa nostra», replicò Marco, gettando sul tavolo la perizia medica e la denuncia penale già protocollata. «Parli adesso, o la prossima visita che riceverà sarà quella della Guardia di Finanza con un mandato di sequestro per concorso in bancarotta fraudolenta.»
Valenti impallidì, si alzò per chiudere la porta a chiave e aprì un cassetto della scrivania.
«Tuo padre aveva scoperto tutto poche settimane prima del decesso», confessò Valenti con voce tremante. «Carlotta aveva accumulato debiti colossali nel gioco d’azzardo online e attraverso investimenti sconsiderati con personaggi loschi della riviera adriatica. Tua madre, per proteggerla, ha cominciato a falsificare la firma di tuo padre, ipotecando le proprietà industriali. Quando tuo padre se ne accorse, decise di modificare il testamento per escluderle entrambe dalla gestione e nominare te unico amministratore fiduciario con vincolo sui beni.»
«Dov’è quel documento?» chiesi, sentendo il sangue ribollire.
«Nella cassaforte di Fiesole. Ma tuo padre non fece in tempo a registrarlo dal notaio. Morì la notte stessa della discussione.»


