Mentre le due donne marcivano in isolamento in attesa del giudizio, una minaccia collaterale iniziò a farsi strada verso di noi.
Due giorni dopo l’udienza, Marco trovò una busta anonima incastrata sotto il tergicristallo della sua auto parcheggiata davanti al capannone aziendale. All’interno non c’erano lettere scritte, ma una fotografia polaroid della nostra facciata di casa con una cifra cerchiata in rosso: 420.000 euro.
I creditori di Carlotta avevano capito che la loro fonte di rimborso era finita dietro le sbarre e stavano tentando di rivalersi su Marco, convinti che per proteggere il nome dell’azienda avrebbe pagato senza fiatare.
Quella sera stessa, Marco non nascose nulla. Chiamò il colonnello dei carabinieri che aveva coordinato l’arresto e mise a disposizione ogni dettaglio. Venne disposto un servizio di vigilanza fissa sotto la nostra abitazione. L’azienda fu sottoposta a un audit contabile straordinario guidato da un commissario giudiziale per congelare ogni passività non riconducibile alle normali attività produttive.
I criminali avevano sottovalutato la determinazione di Marco: invece di piegarsi al ricatto per salvare la facciata sociale della dinastia, consegnò i tabulati e le coordinate dei conti esteri agli inquirenti, permettendo nel giro di una settimana l’arresto di due esattori pregiudicati in un bar di Pistoia.


