Qualcosa scattò dentro Marco. Uno schianto invisibile, profondo, che cancellò trent’anni di deferenza, rispetto filiale e silenzi obbligati. I suoi occhi persero la luce della disperazione e si caricarono di una gelida, inamovibile oscurità.
Con un movimento secco e controllato, scostò il braccio della madre. Il contraccolpo fece perdere l’equilibrio a Nadia, che scivolò a terra accanto alla libreria a colonna del disimpegno. La libreria tremò; cornici d’argento con foto di famiglia, volumi rilegati e vasi pesanti si schiantarono al suolo con un frastuono di vetri infranti e metallo contorto.
Marco non si voltò nemmeno a guardarla. Si fiondò ai piedi della scala, cadendo in ginocchio sul pavimento, le mani tremanti che sfioravano la mia fronte sudata e la pancia tesa come una corda di violino.
«Clara, parlami, amore mio, ti prego rimani con me», supplicava, la voce spezzata. Poi sollevò lo sguardo verso le due donne sulle scale, con un tono che non ammetteva repliche, cavernoso e definitivo: «FUORI DA QUESTA CASA! Se tra trenta secondi siete ancora qui dentro, vi consegno io stesso ai carabinieri con le mie mani. Sparite!»
Nadia, seduta sul pavimento tra i cocci dei ricordi di famiglia, balbettò qualcosa, mentre Carlotta scendeva a passi rapidi, stringendo convulsamente tra le mani la pochette in pelle che portava sempre con sé. Non guardarono indietro neppure una volta mentre varcavano la porta blindata, chiudendosela alle spalle nella penombra del pomeriggio.


