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Capitolo 4: Il battito nella tempesta

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Capitolo 4 di 20
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I minuti che precedettero l’arrivo dell’ambulanza furono una tortura senza fine. Ogni secondo sembrava dilatarsi in un’agonia interminabile; sentivo fitte violente irradiarsi dal fondo della schiena verso l’addome. Marco rimase incollato a me, coprendomi con la sua giacca, sussurrandomi promesse tremanti all’orecchio mentre teneva la linea aperta con i sanitari del 118.

«Resta con me, Clara. Leo sta bene, deve stare bene», ripeteva, con le lacrime che gli scavavano righe scure sul viso pallido.

I paramedici entrarono con una barella a cucchiaio, muovendosi con una precisione chirurgica che contrastava con il caos della casa devastata. Fui immobilizzata, sollevata e caricata all’interno del mezzo di soccorso a sirene spiegate.

Al pronto soccorso ostetrico dell’ospedale Maggiore, la freddezza dell’acciaio e delle luci al neon sembrò amplificare il terrore. Il medico applicò il gel sull’addome con movimenti rapidi, appoggiando la sonda dell’ecografo. Quei quattro secondi di silenzio assoluto furono il momento più lungo della mia intera esistenza.

Poi, la stanza fu riempita dal suono: un galoppo veloce, ritmico, vigoroso. Tum-tum-tum-tum.

Marco crollò con la fronte sulla sponda del letto d’ospedale, singhiozzando apertamente come un bambino, stringendomi la mano fino a farmi male. Nessun distacco di placenta evidente, nessuna frattura ossea per me, solo contusioni multiple e un violento trauma da impatto che richiedeva quarantotto ore di monitoraggio intensivo. La tempesta sembrava passata, ma era solo l’inizio.

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