Tommaso mi chiamò alle due di notte. Io ero sveglia: Aurora aveva appena finito di mangiare e dormiva sul mio petto.
«La cartella è sparita, Bea. Lo studio è sottosopra.»
Chiusi gli occhi. Poi, nonostante tutto, sorrisi.
«Tommy. Accendi la luce grande e vai al banco di destra. Quello con la lampada a braccio.»
«Ci sono.»
«Vedi il tubo di cartone grigio? Quello lungo, per trasportare i disegni.»
«Sì.»
«Aprilo.»
Lo sentii armeggiare. Poi un lungo silenzio.
«Bea…»
«Te l’ho detto che nascondo le cose importanti dove nessuno guarda. È un’abitudine del mestiere. Quando ho trovato quella lettera nella cartella, l’ho fotografata e poi l’ho messa lì, arrotolata tra due fogli di carta velina. Nella cartella verde c’erano solo appunti di lavoro.»
Ma nel tubo non c’era solo quella lettera.
C’era un’altra cosa che avevo dimenticato di avere: una busta chiusa. L’avevo trovata anche quella nella scatola di latta, incastrata sotto il coperchio, e l’avevo messa da parte perché era diversa dalle altre. Più recente. Carta bianca, non ingiallita. Quando avevo restituito le lettere ad Adelina, era rimasta nel tubo insieme agli schizzi dell’affresco.
Sulla busta c’era scritto, con una grafia tremante: Per Tommaso. Da aprire quando io non ci sarò più.
Era la calligrafia di Giorgio.
Tommaso la aprì lì, da solo, nello studio, alle due di notte. Me la lesse al telefono con la voce che si spezzava a ogni riga.


