Tommaso, se stai leggendo questa lettera è perché l’ho nascosta dove tua madre non l’avrebbe mai cercata, e qualcuno l’ha trovata. Non sono stato abbastanza coraggioso da dirtelo da vivo. Tua madre, quella che ti ha messo al mondo, si chiama Livia Bassi. Non è morta. Le hanno detto che eri tu a essere morto, e io ho lasciato che lo credesse. È la cosa più vile che abbia mai fatto. Per anni le ho mandato del denaro senza firmarmi. So che vive ancora a Chioggia. Se puoi, trovala. Dille che sei vivo. Dille che mi dispiace. Io non ho avuto il coraggio.
In fondo, un indirizzo. Una calle a Chioggia. E una data: tre mesi prima della sua morte.
Rimanemmo in silenzio al telefono per un tempo lunghissimo. Io sentivo il suo respiro. Lui sentiva quello di Aurora.
«Mio padre sapeva», disse alla fine. «Per tutti questi anni.»
«Lo so, amore.»
«E lei è viva, Bea. È viva.»
La mattina dopo il maresciallo Bellini venne in ospedale. Adelina era stata sottoposta a misura cautelare e le era stato vietato di avvicinarsi a me e alla bambina. Nella sua borsa avevano trovato la cartella verde. E, in una tasca interna, un accendino.
«Voleva bruciare tutto», disse Bellini. «Non ne ha avuto il tempo.»
Poi mi guardò con un mezzo sorriso stanco. «Lei, signora, dovrebbe fare il carabiniere.»
«No», risposi. «Io restauro le cose. Le riporto alla luce.»
Quel pomeriggio Tommaso venne a sedersi sul bordo del letto con il foglio dell’indirizzo in mano.
«Voglio andarci. Ma non voglio lasciarvi.»
«Allora aspetta che ci dimettano. Ci andiamo insieme.»
Lui esitò. «E se non volesse vedermi? E se fosse troppo tardi?»
Serena, che era sulla porta, rispose al posto mio.


