«Posso?» chiese alla fine, alzando una mano.
Tommaso annuì. Lei gli sfiorò la guancia, poi i capelli, poi la fossetta sul mento. E scoppiò a piangere. Non un pianto disperato: un pianto lungo, lento, trattenuto per trentaquattro anni.
Tommaso le prese le mani. Non disse niente. Non serviva.
Serena rimase in piedi vicino alla porta, rigida. A un certo punto disse, con un filo di voce: «Io c’ero, quella notte. Avevo quattro anni. Mi facevi le trecce.»
Livia si voltò. La riconobbe. «Serenella», disse. E le tese la mano.
Serena crollò. Si inginocchiò accanto alla sedia e le chiese perdono per trent’anni di silenzio. Livia le accarezzò la testa come si fa con una bambina.
«Eri piccola», le disse. «La colpa non è mai stata tua.»
Poi fu il turno delle domande. Livia raccontò tutto, con una calma che mi fece paura.
Era arrivata alla villa a diciotto anni per cucire le tende nuove. Giorgio era gentile, triste, sposato con una donna che lo teneva stretto come si tiene un oggetto prezioso. Si erano innamorati. Lei sapeva che era sbagliato. Lo sapeva anche lui. Quando aveva scoperto di essere incinta, Giorgio le aveva promesso che avrebbe lasciato Adelina.
«Lei lo ha capito prima di lui», disse Livia. «Le donne capiscono sempre prima.»
La sera del decotto, Adelina le aveva portato la tazza sorridendo. Le aveva detto che era un rimedio di famiglia, che l’avrebbe aiutata a stare meglio. Livia, a diciannove anni, sola, lontana da casa, l’aveva bevuto.
«Il resto lo ricordo a pezzi. Il dolore. Il medico. Un pianto. Poi mi sono svegliata due giorni dopo e mi hanno detto che il bambino era nato morto. Che era già sepolto. Che non potevo vederlo.»
Guardò Aurora, che dormiva nella navetta accanto al tavolo.


