Da quel giorno era cambiata. Telefonate continue. Visite improvvise. Domande sulla gravidanza, sul parto, su chi mi avrebbe assistita. E poi il barattolo.
«Dov’è quella lettera?» mi chiese Tommaso.
«Nello studio. Nella cartella verde, sotto il tavolo da lavoro.»
«L’hai letta?»
Annuii. Le ostetriche mi stavano già spingendo verso la porta.
«Cosa dice, Bea?»
Ricordavo ogni parola. L’avevo letta dieci volte, senza capire.
«Dice: “Giorgio, lei sa tutto. Mi guarda come si guarda un nemico. Ho paura per il bambino. Se dovesse succedermi qualcosa, se il bambino vivrà e io no, promettimi che lo chiamerai Tommaso, come mio padre.”»
Vidi mio marito diventare di pietra.
Serena, in fondo al corridoio, si portò una mano alla bocca.
Poi le porte della sala operatoria si chiusero tra di noi.
Capitolo 4 – Aurora
Non ricordo molto dell’intervento. Ricordo la luce bianca, il freddo, la voce della dottoressa Ferri che mi parlava con calma. Ricordo di aver pensato a una sola cosa: non ora, non lei, non per colpa di un barattolo.
E poi il pianto.
Un pianto forte, arrabbiato, meraviglioso.
«È una bambina», disse l’ostetrica. «Ed è bella tosta.»
Me la appoggiarono sul petto per qualche secondo. Era rossa, stropicciata, con una ciocca di capelli scuri incollata alla fronte. Aprì un occhio e mi guardò, o almeno così mi piace ricordarlo.
«Aurora», sussurrai. Era il nome che avevamo scelto a febbraio, seduti sul divano, ridendo di tutti gli altri nomi impossibili.
Più tardi, in reparto, Tommaso la teneva in braccio vicino alla finestra. La guardava come se non riuscisse a credere che esistesse. Aveva gli occhi gonfi. Non so se per la gioia o per tutto il resto.
La dottoressa Ferri passò la sera. Aveva in mano un foglio.


