Il certificato di morte falso fu annullato dal tribunale. La piccola tomba di Negrar venne aperta alla presenza di un funzionario comunale. Dentro c’era davvero soltanto una cassetta di legno vuota.
Tommaso volle essere presente. Livia anche.
Rimasero in piedi uno accanto all’altra, davanti a quella tomba senza nessuno dentro, per un lungo momento. Poi Livia disse: «Ho pianto trentaquattro anni su un buco nella terra.» E Tommaso le mise un braccio intorno alle spalle.
In primavera facemmo il battesimo di Aurora nella chiesetta di Chioggia, quella in fondo alla calle della bottega. Livia ricamò la veste: pizzo bianco, e sull’orlo, quasi invisibile, un filo rosso.
Serena fu la madrina. In quei mesi era cambiata. Parlava di più. Rideva di più. Aveva lasciato il lavoro a Vicenza e ne aveva trovato uno a Verona per starci vicino. Un giorno mi disse: «Ho taciuto per trent’anni perché una bambina di quattro anni aveva paura. Adesso quella bambina è cresciuta.»
Tommaso, invece, fece una cosa che non mi aspettavo.
Andò all’anagrafe e chiese di aggiungere un secondo cognome al suo. Non per cancellare i Ferrante: Giorgio era comunque suo padre, e Serena sua sorella. Ma per restituire qualcosa che gli era stato tolto prima ancora che potesse respirare.
Oggi sui suoi documenti c’è scritto Tommaso Ferrante Bassi.
Il giorno in cui glielo mostrò, Livia rimase in silenzio per un minuto intero. Poi disse soltanto: «Era il nome che mancava.»
Adelina scrive, ogni tanto. Lettere lunghe, con la sua calligrafia ordinata. Tommaso non le ha ancora aperte. Le tiene in una scatola, in alto nell’armadio. Dice che forse un giorno lo farà. Io non gli dico cosa fare. È una decisione sua, come la denuncia fu una decisione mia.


