«Il laboratorio ha dato le prime risposte. Nel barattolo c’era un preparato vegetale concentrato che nessuno dovrebbe mai dare a una donna incinta. Sua suocera probabilmente sapeva cosa stava facendo, perché non è una cosa che si trova per caso.»
«Se l’avessi bevuto tutto?» chiesi.
La dottoressa rimase in silenzio un secondo di troppo.
«Adesso siete tutte e due al sicuro. È questo che conta.»
Quando uscì, Serena entrò. Si avvicinò alla culla e guardò Aurora a lungo. Poi si sedette e iniziò a parlare, senza che nessuno glielo chiedesse. Come se avesse tenuto quelle parole in gola per trent’anni e adesso non potesse più.
«Livia Bassi. Aveva diciannove anni. Veniva da un paese vicino a Chioggia. Papà la amava. Non so se all’inizio o dopo, ma la amava. Lo capivo anche da bambina, da come la guardava.»
Tommaso non alzò gli occhi da Aurora.
«La mamma non poteva avere altri figli dopo di me. Aveva perso due gravidanze. E poi ha scoperto che Livia aspettava un bambino. Da papà.»
«Quella notte…» dissi piano.
«Quella notte il bambino è nato. Prematuro, ma vivo. Livia ha perso molto sangue. Il medico del paese era un amico di famiglia. Quando si è ripresa, le hanno detto che il bambino non ce l’aveva fatta.»
Tommaso alzò finalmente la testa.
«E invece?»
Serena lo guardò con gli occhi pieni di lacrime.
«Invece tre settimane dopo la mamma è tornata a Verona con un neonato in braccio. Ha detto a tutti che era nato prima del previsto, in villa, e che non era voluta andare in ospedale. Nessuno ha fatto domande. I Ferrante erano i Ferrante.»
Silenzio. Solo il respiro leggero di Aurora.
«Quel neonato eri tu, Tommy.»


