IL TUO MOMENTO DI LETTURA

Capitolo 16: La storia continua

← Incinta Di Nove Mesi, Mia Suocera Mi Costrinse A Bere
Capitolo 16 di 19
Indice ☷

Adelina era seduta a un tavolo ovale. Era dimagrita. Non portava la collana di perle. Senza, sembrava un’altra persona. Più piccola. Più vecchia.

«Grazie di essere venuta.»

Non risposi. Mi sedetti di fronte a lei.

«Come sta la bambina?»

«Aurora sta bene.»

Lei annuì. Guardò le proprie mani.

«Tu pensi che io sia un mostro.»

«Penso che tu abbia fatto una cosa mostruosa. Due volte.»

Accettò il colpo senza difendersi. Poi parlò.

«Quando ho portato via quel bambino dalla stanza di Livia, pensavo che lo avrei odiato. Il figlio dell’altra. Invece la prima notte ha stretto il mio dito e non l’ha più lasciato. E io l’ho amato. Te lo giuro, Beatrice. L’ho amato più di qualunque cosa.»

«Lo so», dissi. Ed era vero. Lo sapevo.

«Ho passato trentaquattro anni con la paura che qualcuno lo scoprisse. Ogni volta che suonava il telefono. Ogni volta che lui mi chiedeva perché non somigliava a nessuno di noi. Quando hai trovato quelle lettere, ho sentito che il mondo mi crollava addosso. Ho perso la testa.»

«Hai quasi ucciso mia figlia per non perdere tuo figlio.»

Lei chiuse gli occhi. Una lacrima le scese lungo la guancia, e non la asciugò.

«Sì.»

Silenzio.

«Qual è la cosa che nessuno sa, Adelina?»

Lei aprì la borsa. L’avvocato si irrigidì, Bellini si sporse in avanti. Ma lei tirò fuori soltanto una busta di carta marrone e la spinse verso di me.

Dentro c’era un certificato. Un vecchio atto, con timbri sbiaditi.

«Il medico del paese non ha solo detto a Livia che il bambino era morto», disse Adelina. «Ha anche firmato un certificato di morte. C’è una piccola tomba nel cimitero di Negrar, con un nome sopra. Non c’è niente dentro. Solo una cassetta vuota.»

Mi mancò il respiro.

Canale WhatsApp