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Capitolo 4: La storia continua

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Capitolo 4 di 19
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Lui mi guardò e disse soltanto: «È una tua decisione. Io sono con te.»

«Sì», risposi. «Voglio sporgere denuncia.»

Quando i carabinieri uscirono, Serena entrò. Si sedette sulla sedia accanto al letto, le mani intrecciate in grembo. Aveva trentotto anni, faceva l’infermiera a Vicenza, ed era sempre stata la più silenziosa della famiglia. Adesso capivo perché.

«Dov’è la mamma?» chiese Tommaso.

«I carabinieri l’hanno fatta accompagnare in caserma per le dichiarazioni. Io non ci sono andata.» Si passò una mano sugli occhi. «Non ce la facevo a guardarla.»

«Serena, parla. Chi era quella ragazza?»

Lei guardò la porta, come se temesse che la madre potesse entrare da un momento all’altro.

«Avevo quattro anni. Eravamo alla villa di Negrar, quella dei nonni in Valpolicella. Era estate. C’era una ragazza che lavorava lì. Cuciva le tende, sistemava la biancheria. Si chiamava Livia. Era gentile con me. Mi faceva le trecce.»

Si fermò.

«Una sera ho visto la mamma in cucina con un barattolo come quello di stamattina. Ha versato il liquido in una tazza e l’ha portato su, nella stanza di Livia. Io l’ho seguita perché volevo la buonanotte. Ho sentito Livia dire che era amaro. La mamma le ha risposto che era per il bambino.»

«Livia era incinta?» chiesi.

Serena annuì.

«Quella notte ho sentito urlare. Tanto. Poi il medico del paese, poi il silenzio. E poi…» la sua voce si incrinò. «Poi un bambino che piangeva. Me lo ricordo. Me lo ricordo benissimo.»

Tommaso era immobile.

«La mattina dopo Livia non c’era più. La mamma mi disse che era tornata al suo paese. Che non dovevo parlarne mai. Mai. Con nessuno. E io, a quattro anni, ho obbedito. E ho continuato a obbedire per trent’anni.»

«E il bambino?» chiese Tommaso piano.

Serena alzò gli occhi verso di lui.

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