Ho chiuso gli occhi e ho lasciato che le sue parole mi passassero sopra. Nel buio dietro le palpebre non vedevo la cucina. Vedevo mio padre.
Enrico Rinaldi. Un uomo silenzioso che vive in una cascina in Monferrato, guida una vecchia Panda impolverata e passa le domeniche a potare la vigna con la camicia di flanella. I Sartori lo avevano visto due volte, al matrimonio e a Natale, e avevano deciso in dieci minuti che era un contadino qualunque. Vittoria, quel Natale, aveva chiesto se «faceva vino per hobby».
Nessuno dei due si era mai preso la briga di chiedere cosa avesse fatto prima.
Mio padre è stato per trent’anni magistrato. Presidente di sezione in Corte d’Appello, poi consulente per il ministero. Si era ritirato per scelta, dopo la morte della mamma, e aveva chiuso la porta su quel mondo senza rimpianti. Ma quel mondo non aveva chiuso la porta su di lui. Le persone che lo chiamavano per il compleanno erano procuratori, prefetti, comandanti.
Mi tornava in mente il giorno in cui ero andata a vivere a Milano. Mi aveva abbracciata sul cancello e mi aveva detto una cosa sola:
«Il potere vero non si mostra mai, tesoro. Non si usa per spaventare la gente. Si usa una volta sola, quando non c’è nessun’altra strada.»
Ho aperto gli occhi. Le lacrime si erano fermate. Al posto della paura c’era qualcosa di freddo e lucido.
Ho alzato la testa e ho guardato Tommaso dritto negli occhi, senza abbassare lo sguardo.
«Chiamalo», ho detto. «Chiama mio padre. Diglielo tu quello che hai appena detto a me.»


