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Capitolo 12: «Chiama pure tuo padre»

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Capitolo 12 di 21
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Al terzo squillo la linea si è aperta.

«Tesoro?»

La voce di mio padre è uscita da quel piccolo altoparlante e ha riempito la stanza. Non era la voce di un vecchio contadino stanco. Era la voce di un uomo abituato a essere ascoltato senza dover alzare il tono.

Sentirla mi ha spezzato in due. La corazza che avevo tenuto su per due ore è caduta di colpo. Il labbro mi tremava e le lacrime hanno ricominciato a scendere.

«Papà…»

È tutto quello che sono riuscita a dire. Una parola sola, rotta, che conteneva tutto.

Mio padre non ha avuto bisogno di spiegazioni. Non ha chiesto cosa succede. Ha riconosciuto la paura nella mia voce come si riconosce una firma.

«Dove sei?» ha chiesto. E il calore era sparito completamente dal suo tono, sostituito da qualcosa di piatto e affilato.

Tommaso ha avvicinato il telefono alla bocca, indossando la sua voce da aula.

«Senta, signor Rinaldi, sta bene», ha detto con una condiscendenza perfetta. «Sta facendo una scena per una scivolata in cucina. È incinta, è nervosa, ingigantisce tutto. Domani mattina non se lo ricorderà nemmeno.»

Dall’altra parte è calato un silenzio lungo. Quel silenzio pieno che viene prima dei temporali.

Poi mio padre ha fatto una domanda semplicissima.

«Con chi sto parlando?»

Tommaso ha riso e ha guardato sua madre, cercando complicità.

«Tommaso Sartori. Suo genero. L’avvocato.»

«Bene», ha detto mio padre. «Volevo esserne sicuro. Adesso lo sono.»

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