Alla fine ho impiattato. Ho sistemato la carne, il contorno, il pane, sul servizio buono con il bordo dorato. Ho portato i piatti in sala da pranzo con le mani che tremavano e li ho appoggiati sul tavolo lucido.
Tommaso e sua madre si sono seduti senza dire una parola. Io sono rimasta in piedi vicino alla porta, una mano sotto la pancia, ad aspettare il verdetto.
Vittoria ha preso la forchetta d’argento. Ha tagliato un pezzo minuscolo di carne. L’ha portata alla bocca. Ha masticato due secondi esatti.
Poi ha preso il tovagliolo, si è pulita le labbra e ha spinto via il piatto con tale forza che ha graffiato il legno.
«Immangiabile», ha annunciato. «Cotta troppo, senza sale, senza niente. Ho aspettato tutta la sera per questo.»
Tommaso non ha nemmeno alzato gli occhi dal telefono. Ha assaggiato, ha masticato lentamente e ha fatto spallucce.
«Sbaglia tutto, mamma. Lo sai», ha detto, continuando a scrivere un messaggio. «Non è capace.»
Sentivo ancora il sapore del sangue sul labbro. La stanza girava piano, il lampadario si allargava in un alone bianco troppo luminoso.
«Ho fatto tardi perché sto male», ho sussurrato, e la voce mi si è rotta a metà frase. «Ho dolori da stamattina. Devo farmi vedere.»
Il silenzio che è seguito è durato troppo.


