Le settimane dopo sono state lunghe. Riabilitazione per la schiena, giornate intere seduta accanto a un’incubatrice a guardare un torace grande come una mano che si alzava e si abbassava.
Poi, finalmente, mio figlio è stato dimesso. Era minuscolo. Era fragile. Ma respirava da solo.
Quando l’infermiera me lo ha messo in braccio senza più nessun filo attaccato, gli ho guardato la faccia e gli ho fatto una promessa a bassa voce.
«Io e te adesso andiamo in un posto sicuro.»
Mio padre era in piedi accanto al letto e piangeva senza nascondersi, guardando suo nipote.
«Andiamo a casa», ha detto, chiudendo la mia borsa.
E io sapevo benissimo cosa intendeva. Non la villetta di via dei Tigli. Non quella cucina di marmo. Casa. Il Monferrato. La cascina. I posti dove nessuno alza la voce.
Nei mesi successivi il procedimento è andato avanti. I referti dell’ospedale, il verbale dei carabinieri, la mia dichiarazione, la registrazione della chiamata al 112: tutto era documentato dalla prima ora. Mio padre non ha mai chiesto un favore a nessuno. Ha fatto una cosa sola, e l’ha detta chiaramente a chi di dovere: che questo fascicolo venisse trattato esattamente come tutti gli altri, senza sconti e senza scorciatoie.
È bastato quello. Il nome dello zio procuratore non ha protetto nessuno.
Vittoria, per salvare la facciata davanti alle sue amiche, ha provato a cercarmi. Prima con i messaggi vocali. Poi attraverso i parenti. Alla fine, un solo messaggio scritto:
Siamo pur sempre una famiglia.
Non ho risposto. Ho girato il telefono e sono tornata dentro, dove mio figlio dormiva.


