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Capitolo 4: Una cucina che sembra un tribunale

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Capitolo 4 di 21
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La cucina era tutta marmo bianco e acciaio: una vetrina pensata per essere fotografata, non per essere vissuta. Mi sono messa all’isola centrale con le mani che tremavano tanto da non riuscire quasi a impugnare il coltello.

Ho iniziato a tagliare la cipolla. L’odore pungente si mescolava alle lacrime che già scendevano da sole. Gli occhi bruciavano, ma non mi fermavo. Ogni colpo di lama sul tagliere era come un conto alla rovescia verso qualcosa che sentivo arrivare.

Dal soggiorno arrivava il rumore ovattato della televisione. Ogni tanto una risata. La loro. Come se non fosse successo niente. Come se dieci minuti prima non fossi entrata in casa e non ne fossi uscita con un labbro aperto.

Ho acceso il fuoco. Ho girato il sugo nella pentola, il cucchiaio di legno che sbatteva contro il bordo perché la mano non stava ferma. Nella padella accanto ho messo la carne.

L’olio ha schizzato e mi ha bruciato le nocche. Ho trattenuto un gesto, ma non mi sono spostata. Quel bruciore era niente rispetto a quello che stava succedendo dentro di me.

L’addome si induriva a ondate, si chiudeva come una morsa e poi mollava. Il dolore partiva dalla schiena e mi girava intorno alla pancia. Mi sono aggrappata al bordo del piano di lavoro per restare in piedi, respirando dai denti.

Ancora venti minuti, mi sono detta. Servi la cena, poi sali di sopra e chiami il pronto soccorso.

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