«Signora Sartori», ha detto mio padre, e Vittoria si è irrigidita al suono del proprio nome. «È tardi anche per lei.»
Poi ha pronunciato la frase che ha fatto crollare tutto.
«Non ha nessuna importanza se le passa il telefono o no. Ho chiamato il 112 dieci minuti fa. Ho parlato anche con il comando della vostra zona, direttamente. Mia figlia è al settimo mese, è ferita, e voi le avete impedito di chiedere aiuto. Questo l’ho già messo a verbale.»
Tommaso si è bloccato. Gli occhi si sono spalancati e la mano con il telefono si è abbassata di qualche centimetro.
«Come…» ha balbettato, e la voce dell’avvocato non c’era più. «Come fa a saperlo? Come faceva a saperlo prima?»
Mio padre ha risposto come si risponde a una cosa ovvia.
«Perché mia figlia mi aveva già scritto.»
Ho battuto le palpebre nella nebbia del dolore. Non l’avevo chiamato. Non consapevolmente.
E poi ho ricordato. Il messaggio del pomeriggio, mandato dal bagno del reparto in trenta secondi rubati.
Papà, non mi sento tranquilla. Ti chiamo stasera.
Non lo avevo chiamato. E lui era rimasto accanto al telefono tutta la sera, aspettando una chiamata che non arrivava. Quando finalmente era arrivata, dal mio numero, aveva sentito la mia voce dire una parola sola e piangere.
Mio padre mi conosce. Sa che non piango per una scivolata.
Aveva capito in tre secondi. E aveva già alzato la cornetta prima ancora che Tommaso finisse di ridere.


