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Capitolo 9: L'arroganza di chi si crede intoccabile

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Capitolo 9 di 21
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Un’altra fitta mi ha piegata in avanti, la fronte contro il pavimento. Ho provato lo stesso a strisciare verso il telefono rotto: forse, premendo il tasto laterale, la chiamata di emergenza sarebbe partita comunque.

Tommaso si è messo in mezzo. Si è accovacciato davanti a me, così vicino che sentivo il vino nel suo respiro.

«Ascoltami bene», ha detto piano. «Credi davvero che qualcuno ti aiuterà? Mio zio è procuratore. Io faccio l’avvocato in uno degli studi più grandi di questa città. Conosco tutti.»

Ha continuato, con la stessa calma con cui in aula riassume un fascicolo.

«Se vai a raccontare che ti abbiamo spinta, ti smonto in due udienze. Dirò che sei caduta perché eri isterica. Dirò che sei instabile, che sei sotto stress, che il lavoro ti ha logorata. Ho i referti dei tuoi turni, ho i messaggi in cui dici che non ce la fai più. Non vinci niente. Tu appartieni a questa famiglia.»

E la cosa più terribile è che per due anni gli avevo creduto.

Ma quella sera, sul pavimento della sua cucina, con mio figlio che lottava dentro di me, ho pensato una cosa sola, chiarissima:

Tu non sai chi è mio padre.

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