Non ero ancora entrata del tutto quando è successo.
È stato veloce. Talmente veloce che il mio cervello, per un istante, non è riuscito a mettere insieme le informazioni. Ho sentito solo il fianco che urtava contro il muro dell’ingresso e la cornice della foto del matrimonio che tremava sull’intonaco. Poi il sapore metallico in bocca, e il calore sul labbro.
Mi sono appoggiata alla parete e ho alzato lo sguardo.
Tommaso era sopra di me. Il viso di un uomo che tutti in tribunale descrivono come impeccabile, deformato da una rabbia che io conoscevo bene e che nessun altro aveva mai visto. Il petto gli si alzava e si abbassava sotto la camicia su misura.
«Lo sai che ore sono?» ha urlato. La voce mi è entrata dentro le orecchie come una vibrazione fisica.
Mi sono portata la mano alla bocca. Quando l’ho tolta, aveva un segno rosso sulle dita. Il labbro era aperto.
«Tommaso…» ho detto piano, cercando l’equilibrio sul parquet, mentre l’altra mano correva istintivamente a proteggere la pancia.
Non mi ha aiutata a rialzarmi. Non ha chiesto se stavo bene. Non ha guardato nemmeno per un secondo il punto dove, sotto la divisa, c’era suo figlio.
Ha solo alzato un dito e ha indicato il fondo del corridoio.
«Di là. Adesso.»


