Quando le porte dell’ambulanza si sono chiuse e le luci sono rimaste fuori, l’adrenalina che mi aveva tenuta lucida è calata tutta insieme.
E lì, in mezzo a persone che non conoscevo e che stavano lavorando per me, mi sono permessa di piangere.
Non piangevo perché ero debole. Non piangevo per paura di Tommaso. Piangevo perché per la prima volta dopo due anni non ero sola nella stanza.
In ospedale è cominciato tutto insieme: le luci del pronto soccorso, le voci, gli esami, i monitor, le domande dei medici e poi quelle dei carabinieri che raccoglievano la mia dichiarazione a verbale. Mi hanno portata in sala operatoria per fermare l’emorragia e valutare il trauma. Sono entrata e uscita dalla coscienza pregando una cosa sola.
Resisti. Ti prego, resisti.
Mio padre è arrivato poco prima dell’alba.
È entrato nella stanza con la solita giacca da lavoro consumata sui gomiti, quella che gli ho visto addosso per vent’anni. Aveva guidato tutta la notte. Era sfinito. Ma stava dritto come sempre.
Quando mi ha vista nel letto, con i lividi e i cavi del monitoraggio, gli si sono riempiti gli occhi.
Non ha detto niente per un minuto intero. Si è solo seduto e mi ha preso la mano.


