Sono rimasta a terra a cercare aria come chi è appena riemerso dall’acqua. Il parquet era freddo contro la guancia, ma quasi non lo sentivo. Sentivo solo il dolore che partiva dalla schiena e mi avvolgeva la pancia stringendo.
Ho provato a tirarmi su. Le braccia hanno ceduto e sono ricaduta.
E poi ho capito.
Da infermiera, avevo assistito decine di donne. Sapevo esattamente cosa significava quello che stavo sentendo. Non avevo bisogno di guardare. Non avevo bisogno che me lo dicesse nessuno.
«Il bambino», ho detto, e la mia voce non sembrava la mia. «Tommaso, devo andare in ospedale. Adesso. Ti prego.»
Lui si è alzato dal tavolo. Non è corso. Non si è inginocchiato accanto a me. Ha fatto due passi e si è fermato lì, in piedi, a guardarmi con un fastidio freddo, come si guarda una macchia sul tappeto.
«Non cominciare con le scenate», ha detto incrociando le braccia. «Sei scivolata. Ti sarai fatta un livido. Smettila di urlare che ti sentono i vicini.»
I vicini. Era quello il suo pensiero.
In quel momento ho smesso di aspettare che qualcuno di loro mi salvasse.


