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Capitolo 3: La suocera di ghiaccio

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Capitolo 3 di 21
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Sono arrivata in soggiorno con le gambe che sembravano di piombo. Quella stanza doveva essere il cuore caldo della casa. Quella sera sembrava un’aula di tribunale in cui la sentenza era già stata scritta.

Vittoria era seduta sul divano di velluto, un plaid di cachemire sulle ginocchia, la schiena dritta come sempre. Aveva sentito tutto. Ogni parola, ogni rumore. Non si è alzata. Non si è nemmeno voltata subito.

Quando lo ha fatto, ha guardato il mio labbro, poi i miei occhi, e ha sorriso appena. Un sorriso sottile, che non le arrivava allo sguardo.

«Cosa aspetti?» ha detto, con quel tono cortese che fa più male di un grido. «Un figlio va educato già da dentro la pancia. Una madre pigra cresce un figlio pigro. Non voglio che mio nipote prenda dalla tua famiglia.»

Il bambino si è mosso di scatto. Un movimento improvviso, nervoso, che mi ha fatto trattenere il fiato. Ho appoggiato tutte e due le mani sulla pancia e ho chiuso gli occhi cercando di respirare piano.

I dolori bassi erano iniziati la mattina. Li avevo liquidati come contrazioni preparatorie, quelle che in reparto vediamo ogni giorno e che di solito non significano niente.

Ma adesso, con il cuore che batteva così, erano diversi. Più acuti. Più profondi.

E io lo sapevo, perché è il mio lavoro riconoscerli.

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