Le luci al neon del reparto ustioni appiattivano ogni ombra. Non lasciavano un solo angolo in cui mio marito potesse nascondere la faccia, e per la prima volta in sei anni fu lui a dover stare sotto una luce che non aveva scelto.
Ero distesa su un letto bianco, il torace e l’addome fasciati sotto strati di garza sterile. Ogni respiro entrava come se qualcuno avesse riempito i polmoni di vetro tritato. Il monitor accanto a me continuava a segnare il suo ritmo, paziente, indifferente: l’unico rumore in una stanza dove nessuno riusciva più a parlare.
Ricordavo il pavimento della cucina contro la guancia. Ricordavo il vapore che saliva verso il lampadario come un fantasma bianco. Ricordavo la sua voce, e quella voce non aveva niente a che vedere con l’uomo composto che adesso stava in fondo al mio letto, con il cappotto ancora addosso e le mani intrecciate davanti, nella posa esatta del marito distrutto dal dolore.
Aveva già raccontato tutto, prima ancora che io aprissi gli occhi. Un incidente domestico. Ero scivolata vicino ai fornelli. Lui era corso, mi aveva caricata in macchina, aveva guidato come un pazzo fino al Santa Marta.
La dottoressa Sara Ferretti non abbassò la cartella che teneva in mano.
«Ustioni di secondo e terzo grado su torace e addome», disse, e la temperatura della stanza scese di colpo. «Compatibili con liquido bollente versato dall’alto. Non con una caduta.»
Lorenzo non batté ciglio. Aveva un talento che ci ho messo anni a riconoscere: non si difendeva mai. Ridefiniva.
«Mia moglie si confonde quando ha dolore», disse, con quel tono morbido che ai cenoni di Natale faceva sorridere tutti. «È stata malissimo dopo l’ultimo aborto spontaneo. Sono anni che è fragile. Ha rovesciato la pentola da sola.»


