«Davide?» chiese Beatrice, sorpresa. «Mio marito? Cosa vuoi che faccia un professore di storia?»
«Digli solo dove lavora Lorenzo», risposi.
Beatrice compose il numero. «Prima di insegnare, Davide ha fatto dieci anni come documentarista d’inchiesta e analista per una società di ricerca a Roma. Sa trovare le cose che la gente vuole sepolte.»
Davide rispose al secondo squillo. Beatrice gli riassunse tutto in tre minuti, poi gli lesse le poche informazioni che avevo: il nome dell’agenzia assicurativa per cui Lorenzo diceva di lavorare, l’indirizzo dell’ufficio a Mestre, le trasferte continue.
Guardai il viso di mia sorella cambiare mentre lui digitava dall’altra parte.
«Sei sicuro?» chiese, gli occhi fissi nei miei. «Controlla le società collegate.»
Una pausa lunga. Le nocche di Beatrice diventarono bianche sul telefono.
«Va bene. Stampa tutto. Manda i file cifrati all’indirizzo che ti ho dato.» Riattaccò e si voltò verso la stanza.
«Lorenzo non vende polizze assicurative», annunciò, la voce che vibrava di rabbia. «L’agenzia di cui ti parlava è una scatola vuota. Esiste sulla carta, ha una partita IVA, non ha clienti.»
«E allora cosa fa?» chiese Paola.
«Fa il data broker», disse Beatrice. «Davide ha risalito la catena societaria. Lorenzo lavora per una società che acquista, gestisce e rivende dati sanitari per conto di aziende farmaceutiche e strutture private. Fatturato milionario. Sede legale in Lussemburgo.»
I pezzi si incastrarono tutti insieme, con violenza.
Non era un marito geloso che aveva imparato a falsificare un referto.
Era un uomo che di mestiere maneggiava le cartelle cliniche di migliaia di persone. E aveva usato quel mestiere su di me, tutti i giorni, per sei anni, dentro casa nostra.


