Nel pomeriggio, per staccarmi dagli orrori clinici, Beatrice aprì la cartellina di plastica che si era portata da Bari.
«Voglio farti vedere cosa ti sei persa», disse. «Non per farti stare male. Per farti capire che la porta è sempre stata aperta.»
Tirò fuori una foto: lei davanti a una casetta con la porta gialla, in braccio un cane marrone spettinato con un fazzoletto rosso al collo.
«Ho preso un cane. Si chiama Otto. Sembra un ragioniere in pensione e russa come un camion.»
Sorrisi per la prima volta da giorni. «Sei bella, Bea.»
«Sono felice», disse. E tirò fuori un’altra foto.
Era un matrimonio. Beatrice in un abito color panna, semplice, con un mazzo di fiori di campo gialli. Accanto a lei un uomo alto, con le spalle larghe e un sorriso buono, la mano appoggiata alla sua vita.
«Ti sei sposata.»
«Tre anni fa. Si chiama Davide. Insegna storia al liceo. Fa un caffè orribile ma è l’uomo migliore che conosca.»
Guardai la cerimonia piccola, le sedie di legno in fila. E poi lo vidi.
In prima fila, su una sedia vuota, c’era un nastro azzurro annodato allo schienale.
«La bicicletta azzurra», dissi, e mi si riempirono gli occhi.
Beatrice annuì, asciugandosi la guancia. «Ti avevo tenuto il posto. Ho legato il nastro perché almeno sembrasse che c’eri. Ho continuato a sperare che entrassi in ritardo, come facevi sempre.»
Avevamo dieci e dodici anni. Una sola bicicletta azzurra per due, e il patto che chi pedalava non abbandonava mai l’altra per strada.
Lui aveva provato a cancellare anche quello. Non c’era riuscito.


