«Caterina, dobbiamo farle una domanda difficile», disse la dottoressa Ferretti. «Durante le gravidanze, ha assunto farmaci?»
«Solo quello che mi dava lui», risposi. E mentre lo dicevo, sentii il pavimento sparire.
Chiusi gli occhi e tornai in quella cucina. Ogni mattina, con la precisione di un rito, Lorenzo versava il succo d’arancia. Accanto al bicchiere, su un tovagliolo piegato, c’era una piccola pila di pastiglie. Bianche. Qualcuna azzurra. Ogni tanto una capsula gialla.
«Diceva che erano vitamine», sussurrai, e la nausea mi salì in gola. «Integratori per la gravidanza. Ferro. Roba per la nausea. Le toglieva sempre dalle confezioni e le metteva nel portapillole settimanale. Diceva che vedere le scatole dei medicinali mi faceva ansia.»
Beatrice si prese la testa tra le mani e fece un suono soffocato.
«Prendevo quello che mi dava», confessai. E in quel momento capii la forma esatta del tradimento: mio marito mi aveva tenuto la mano e asciugato le lacrime ogni volta, sapendo perfettamente cosa stava succedendo. Mi aveva consolata per un dolore che aveva organizzato lui.
«Stiamo eseguendo esami tossicologici», disse la Ferretti, e per la prima volta le tremò la voce di rabbia trattenuta. «Alcune sostanze lasciano tracce a lungo termine. Ma, Caterina, questo tipo di farmaci non si compra al supermercato. Qualcuno li ha prescritti. Qualcuno li ha forniti.»
«Quindi non era solo lui», disse Beatrice.
«No», rispose Paola Rinaldi, guardando i fogli. «Da solo, un uomo non falsifica una carta intestata e si procura farmaci controllati e entra in un archivio sanitario. Suo marito aveva accesso a qualcosa.»


