Fragile. Quella parola l’aveva costruita lui, mattone su mattone, e poi l’aveva regalata a tutti: ai vicini, a sua madre, al medico di base. E alla fine anche a me. Per sei anni avevo indossato la sua diagnosi come un cappotto che non avevo comprato.
La dottoressa Ferretti non gli rispose nemmeno. Fece il giro del letto, si abbassò all’altezza dei miei occhi e aspettò. Non aspettava una risposta. Aspettava di capire se dentro quella donna bendata ci fosse ancora qualcuno.
«Caterina. Riesce a sentirmi?»
Aprire gli occhi mi costò più di quanto immaginassi. La gola bruciava. Guardai oltre l’uomo che stava spiegando la mia vita al posto mio e trovai lo sguardo di lei: fermo, senza pietà e senza fretta.
«È stato un incidente?» chiese.
La mano di Lorenzo scattò sulla mia. Sembrava un gesto d’amore. Chiunque, dalla porta, avrebbe visto un marito che stringe la mano alla moglie ferita. Il pollice premette sulle nocche livide, esattamente dove faceva più male, e io capii il messaggio: era una promessa, non una carezza.
C’era ancora tempo per dire sì. Sarebbe stato più facile. Sì significava tornare a casa, significava che nessuno avrebbe fatto domande, significava un’altra stagione di silenzio in una casa con le tende sempre tirate.
Poi pensai a una cosa stupida, minuscola: al fatto che quella mattina, prima di tutto, avevo messo l’acqua sul fuoco per fare il tè a lui.
Girai la testa di due centimetri, quanto bastava per togliere la mia mano da sotto la sua.
«No», dissi.
Fu appena un soffio. Ma la dottoressa Ferretti si raddrizzò come se avesse sentito uno sparo, e l’infermiera Marisa Lodi, ferma sulla porta da dieci minuti, entrò senza chiedere permesso e si mise tra Lorenzo e il letto.
E qualcosa, in quella stanza, cambiò padrone.


