La rivelazione trasformò l’atmosfera: non era più solo un caso di violenza domestica.
«Se ha un accesso secondario ai server sanitari», disse la Ferretti, impallidendo, «sa che stiamo facendo esami tossicologici. Sa che Paola sta tirando fuori gli archivi cartacei.»
«Può cancellarli?» chiese Beatrice, allarmata.
Paola scosse la testa. «Ho già estratto le copie originali e le ho chiuse nella cassaforte dell’ufficio legale. La carta non la tocca.»
La Ferretti andò alla finestra e guardò il parcheggio attraverso le veneziane. «Il problema è un altro. Se capisce che la rete si sta stringendo, non se ne starà buono a casa. Proverà a mettere a tacere le persone che possono inchiodarlo.»
Si voltò e infilò la mano nella tasca profonda del camice. Tirò fuori un telefonino di plastica, di quelli da venti euro, e lo posò sul comodino.
«Cos’è?» chiesi.
«Sono rimasta in contatto con Livia Mercuri», confessò piano. «Dopo che è stata spinta fuori, è uscita completamente dai radar. Vive in una casa in campagna, paga tutto in contanti, cambia numero ogni pochi mesi. Le ho raccontato cosa le è successo, Caterina.»
Il cuore mi salì in gola. «Le ha parlato?»
«Le ho scritto le sue ustioni e i referti falsificati. Ha risposto dieci minuti fa.» La Ferretti accese il telefono e lo schermo emise una luce azzurrina, povera, nella stanza in penombra. «Vuole parlare con lei.»
Compose un numero a memoria, mise il vivavoce e appoggiò il telefono sul cuscino.
Squillò due volte. Poi rispose una voce, tagliente e prudente.


