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Capitolo 4: Il telefono

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Capitolo 4 di 23
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Il telefono squillò tre volte.

A ogni squillo il cuore mi picchiava contro le costole e mandava fitte nuove attraverso il torace bendato. Al quarto, qualcuno rispose. Nessun “pronto”: solo un respiro corto, incerto, di chi è corso a prendere la cornetta.

Marisa mi guardò. «Parlo con Beatrice Brunelli?»

Silenzio. Poi una voce, più piccola di come la ricordavo, ma inconfondibile.

«Chi parla?»

«Mi chiamo Marisa Lodi, sono infermiera all’ospedale Santa Marta di Padova. Chiamo per conto di sua sorella, Caterina.»

Il respiro dall’altra parte si fermò del tutto.

Marisa mi guardò e io riuscii a fare il più piccolo dei cenni.

«È qui. È sveglia. Ci ha chiesto lei di contattarla.»

Mia sorella fece un suono che non dimenticherò finché vivo. Non era un singhiozzo e non era un sospiro. Era il rumore ruvido di una porta chiusa da anni che finalmente cede.

«Me la passi», implorò. «La prego. Me la passi.»

Marisa mi avvicinò la cornetta all’orecchio.

«Bea?» gracchiai. Non la chiamavo così da quando dividevamo la stessa camera.

«Cate», sussurrò lei. In quella sillaba c’erano sei anni.

Lorenzo si mosse vicino alla porta, la faccia trasformata in una maschera. L’infermiera se ne accorse e si spostò ancora, la mano appoggiata vicino al pulsante di chiamata d’emergenza.

Beatrice cominciò a fare domande così in fretta che si sovrapponevano. Ero al sicuro? Cos’era successo? Doveva partire subito? Perché nessuno l’aveva chiamata prima?

La gola si chiuse. Non riuscivo a rispondere a niente.

«Ho bisogno di te», dissi. Fu tutto quello che riuscii a dire.

«Sto partendo», rispose lei, senza un secondo di esitazione. «Sono già in macchina.»

Lorenzo sbuffò forte, con disprezzo. «Sta a novecento chilometri.»

«Allora arriverò domattina», disse Beatrice. Aveva sentito.

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