La mattina dopo entrò una volontaria con un vaso di cristallo pieno di rose bianche perfette.
Controllò il cartoncino e sorrise. «Consegna per Caterina. Bellissime!»
Beatrice si alzò dalla poltrona all’istante. Gli occhi le andarono subito al biglietto infilato tra i fiori.
Lo aprii con la mano fasciata.
Ti perdono. Torna a casa quando te la senti. Lorenzo.
Mi salì in gola un disgusto puro. Era esattamente lui. Anche dopo la cucina, anche dopo essere stato accompagnato fuori dalla vigilanza, si stava riposizionando come il marito magnanimo che concede il perdono. Stava riscrivendo la storia prima ancora che l’inchiostro si asciugasse. E se qualcuno avesse visto quel biglietto in tribunale, avrebbe visto un uomo gentile.
Beatrice aveva la mascella serrata. «Le butto?»
«No», dissi, con una calma che non riconoscevo. «Buttale nel contenitore dei rifiuti speciali. Dove va quello che è tossico.»
Uscì col vaso senza dire una parola, e sentii il tonfo pesante in fondo al corridoio.
Quando rientrò, dietro di lei c’era Daria Menotti con un quadernetto rilegato in tela e una penna.
«Le ho portato questo», disse, posandomelo sulle gambe. «Quando si è bloccati in un letto d’ospedale, le domande senza risposta divorano. Ci scriva le domande. Man mano che le vengono. Non deve risolverle oggi.»
Aprii il quaderno. La prima pagina era bianca.
Scrissi, con la mano che tremava:
Dove sono finiti i miei bambini?
Poi, sotto:
Chi altro lo sapeva?


