La stanza piombò nel silenzio. Lorenzo fissava il telefono dell’ospedale come se gli fossero spuntati i denti.
Marisa chiuse la chiamata solo dopo che Beatrice ebbe promesso di passare dall’accettazione appena arrivata. Poi riappoggiò la cornetta e indicò lui.
«Deve aspettare fuori.»
Lorenzo gonfiò il petto. «Sono suo marito. Ho dei diritti. State prendendo decisioni mediche senza capire in che stato è il nostro matrimonio.»
La dottoressa Ferretti si mise dritta. «La paziente ha chiesto riservatezza. Aspetta fuori, oppure chiedo l’intervento della vigilanza.»
Lorenzo mi guardò. Cercava la vecchia Caterina: quella che avrebbe abbassato gli occhi, si sarebbe scusata per la scenata, lo avrebbe pregato di restare per non pagarla dopo. Io lo guardai negli occhi, spalancati, senza sbattere le palpebre.
Non chiesi scusa.
L’addetto alla vigilanza comparve sulla soglia. Lorenzo prese il cappotto, mi lanciò un’ultima occhiata velenosa e uscì.
Quando la porta scattò, mi accorsi che avevo trattenuto il respiro.
La dottoressa Ferretti avvicinò una sedia. «Adesso le spiego quello che sappiamo. Vado piano. Mi fermi quando è troppo.»
Mi spiegò la gravità delle ustioni. Ci sarebbero stati innesti cutanei, settimane di medicazioni, mesi di riabilitazione. Doloroso, lungo, ma trattabile.
Poi aprì una cartellina gialla.
«Questo è un capitolo separato dalle ustioni», disse, con voce più bassa. «Abbiamo esaminato la documentazione clinica che ci ha consegnato suo marito al momento del ricovero. Ci ha riferito che lei aveva avuto diversi aborti spontanei precoci e una diagnosi di infertilità permanente.»
«È quello che mi hanno detto i medici», sussurrai.
La dottoressa Ferretti mi guardò a lungo.
«Quali medici, Caterina?»


