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Capitolo 20: La stanza diventa una centrale

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Capitolo 20 di 23
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L’avvertimento della dottoressa Mercuri rimase nella stanza molto dopo che la Ferretti aveva spento il telefono.

Un uomo così prima viene a chiudere i conti.

«Abbiamo abbastanza per andare dai carabinieri», disse Beatrice, camminando avanti e indietro. «Abbiamo i documenti falsi, la testimonianza della Mercuri, il referto delle ustioni, la lettera anonima. Davide sta mettendo insieme la parte societaria.»

«Non è così semplice», intervenne Paola, massaggiandosi le tempie. «Una manipolazione di dati sanitari di queste dimensioni è materia della Procura e della Polizia Postale. Se si presenta una pattuglia sotto casa sua, lui azzera i server prima che arrivi un decreto di perquisizione. Servono quelli giusti, e servono tutti insieme.»

«Allora chiamiamo la Postale», dissi.

La mia voce uscì ferma. Non la riconobbi nemmeno. La donna spaventata e obbediente che era entrata in quell’ospedale su una barella era morta, bruciata via insieme alla pelle.

Nelle quarantotto ore successive la mia stanza smise di essere una stanza. Diventò una centrale operativa.

Davide arrivò da Bari con una valigetta di visure camerali e schemi societari. Non passò dal comando locale: contattò direttamente un sostituto procuratore che aveva conosciuto ai tempi delle inchieste.

Gli investigatori mi ascoltarono di notte, per non dare nell’occhio. Fotografarono le ustioni. Presero i moduli cartacei originali dalla cassaforte di Paola. Sequestrarono, durante un accesso in casa mia mascherato da normale intervento per maltrattamenti, il portapillole settimanale che Lorenzo aveva lasciato sul ripiano della cucina, ancora pieno.

«Congelano i conti», mi disse Davide, seduto ai piedi del letto accanto a Beatrice. «Domattina all’alba entrano nei server della società. È finita, Caterina. Non può più farti niente.»

Fuori dalla finestra, il cielo di Padova era di un nero pulito, senza nuvole.

Volevo credergli con tutte le forze.

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