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Capitolo 3: Una parola sola

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Capitolo 3 di 23
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Quella parola — no — attraversò appena la stanza. Ma smontò l’intera realtà che Lorenzo aveva costruito, perché cambiò chi aveva il diritto di parlare.

Lui fece una risatina corta. La stessa che usava a tavola quando mi cadeva una forchetta o sbagliavo un nome: quella risata che travestiva la crudeltà da tenerezza.

«È sempre stata teatrale», disse alla dottoressa. «Gliel’ho detto, è ossessionata dall’idea di restare incinta. Il dolore le fa dire cose. L’ho portata io in ospedale. Perché lo avrei fatto, se le avessi fatto del male?»

La dottoressa Ferretti non lo guardò nemmeno.

«Cosa è successo?» mi chiese di nuovo.

Sentivo il suo respiro pesante accanto al letto. Per anni mi aveva ripetuto che ero rotta. Aveva dato la colpa alla mia alimentazione, allo stress, al mio corpo troppo debole. Me l’aveva martellato in testa finché avevo smesso di chiedermi perché ogni gravidanza finiva sempre nei giorni successivi a una delle sue esplosioni.

«Me l’ha versata addosso», dissi.

La sedia di Lorenzo raschiò all’indietro sul linoleum.

Si mosse verso di me, ma Marisa Lodi si mise in mezzo senza discutere. Non alzò la voce. Usò il proprio corpo come una porta chiusa e indicò il corridoio.

«Deve uscire.»

«Non hai soldi», sibilò lui, piano, un sussurro costruito solo per me. «Non hai un posto dove andare.»

Per sei anni quella frase era stata l’arma definitiva. I conti erano intestati a lui. Rispondeva lui al mio telefono. Mi aveva isolata così bene che avevo finito per credere di essere sola nell’universo.

«C’è qualcuno di cui si fida?» chiese la dottoressa.

Rispose lui, per me. «No. Non ha nessuno.»

E fu quella la bugia che mi fece ritrovare la voce. Perché non era vero. Era vero solo perché lui l’aveva reso vero.

Guardai Marisa e mossi le labbra su un nome che non pronunciavo da sei anni.

«Beatrice Brunelli», dissi. «Bari.»

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