Le dita si chiusero debolmente sul lenzuolo. Le luci sopra di me si allungarono in strisce bianche.
«Come sarebbe?» chiesi. «Lorenzo diceva che era il mio corpo. Che avevo una malformazione.»
«Non abbiamo trovato traccia di nessuna condizione congenita», disse la Ferretti, netta. «E c’è dell’altro. Qualcuno ha inserito nella sua storia clinica referti alterati. Non incompleti: costruiti. Costruiti per raccontare che lei era difettosa.»
Per anni Lorenzo aveva edificato un intero universo attorno ai miei fallimenti. Aveva spiegato il mio dolore ai vicini, la mia stanchezza a sua madre, la mia inadeguatezza a me. Se le fondamenta della mia vita adulta erano una menzogna, allora non sapevo più chi fossi.
«C’è un ultimo dettaglio», aggiunse. «Uno dei centri di fertilità indicati nella sua cartella ha chiuso quattro anni fa. Abbiamo rintracciato il medico che firma quei referti. Dice che non l’ha mai avuta in cura. Mai, in tutta la sua carriera.»
Un medico fantasma. Una diagnosi fantasma. Sei anni di lutto costruiti attorno a un foglio di carta.
Poco dopo la dottoressa uscì per organizzare le medicazioni, e al suo posto entrò una donna con un tesserino azzurro: Daria Menotti, assistente sociale.
Non parlò subito di violenza. Girò per la stanza facendo domande minuscole. Volevo la tapparella alzata o abbassata? Volevo la televisione accesa? Volevo un’altra coperta?
All’inizio non capii. Poi capii benissimo: mi stava restituendo la mia volontà, un pezzo alla volta.
«Non deve decidere tutta la sua vita oggi», disse, sistemandomi la coperta sui piedi. «Solo la cosa successiva. Vuole che suo marito riceva aggiornamenti clinici?»
«No.» Fece un bene fisico, dirlo.
«Vuole che sia autorizzato a farle visita?»
«No.»
Daria annotò con un clic secco della penna. «Vuole che sua sorella venga registrata come contatto principale?»
«Sì.»


