Nella stanza calò un silenzio spaventoso. Si sentiva solo il monitor, che aveva accelerato in modo evidente.
«Questo ospedale?» chiesi, con un filo di voce. «La dottoressa Mercuri era qui?»
Paola annuì piano. «Devo controllare gli archivi del personale, ma è molto probabile.»
La dottoressa Ferretti andò alla porta e la chiuse fino a sentire lo scatto. Quando si voltò, la sua compostezza professionale era sparita.
«Non serve che Paola controlli», disse a bassa voce. «Io Livia Mercuri la conosco. Ha lavorato in ostetricia in questo ospedale, sette anni fa.»
«Perché se n’è andata?» chiese Beatrice. «Le ha fatto qualcosa Lorenzo?»
La Ferretti incrociò le braccia. «Livia non si è dimessa e basta. Ha segnalato. Ha presentato un esposto interno pesantissimo su accessi non autorizzati alle cartelle cliniche dei pazienti.»
«Le cartelle di chi?» chiesi.
«All’epoca l’istruttoria è stata secretata. La direzione ha chiuso la faccenda in silenzio per evitare uno scandalo, e Livia è sparita dalla circolazione. Ma nei corridoi si diceva che qualcuno dall’esterno stesse estraendo dati sanitari e modificando referti.»
«Lorenzo», dissi. Il nome mi sapeva di cenere.
«Il nome di suo marito non è mai comparso ufficialmente», precisò la Ferretti. «Ma un uomo che corrisponde alla sua descrizione fu visto discutere animatamente con Livia nel parcheggio interrato, la settimana prima che lei se ne andasse.»
Guardai il soffitto, e per la prima volta capii che non stavo dentro una brutta storia di famiglia.
«Bea», dissi. «Chiama Davide.»


