Quando Elena Rinaldi arrivò a Villa Bellombra, il lago di Como era nascosto da una nebbia così fitta che persino le montagne sembravano scomparse.
La villa apparteneva alla famiglia Valdieri da quattro generazioni. Era una costruzione imponente, con finestre alte, balconi di pietra e un giardino che scendeva verso l’acqua. Un tempo vi si organizzavano ricevimenti, concerti e feste. Adesso, secondo gli abitanti del paese, era diventata una casa silenziosa.
Elena aveva trentadue anni ed era stata assunta come educatrice privata di Sofia Valdieri, una bambina di sei anni che, dopo la morte della madre Beatrice, aveva quasi smesso di parlare.
Ad accoglierla fu Claudia, la seconda moglie di Lorenzo Valdieri.
«Sofia è molto sensibile», spiegò la donna, accompagnandola attraverso l’atrio. «Ha una fantasia complicata. Non deve credere a tutto quello che racconta.»
«Preferisco ascoltare prima di giudicare», rispose Elena.
Claudia sorrise appena.
«Qui le cose funzionano diversamente.»
Durante la cena Elena conobbe Lorenzo, un uomo gentile ma profondamente stanco. Lavorava spesso a Milano e sembrava conoscere poco della vita quotidiana della figlia.
«Vorrei soltanto che Sofia tornasse a essere felice», disse.
Elena gli promise che avrebbe rispettato i tempi della bambina.
Quella notte, mentre sistemava i propri vestiti, sentì tre piccoli colpi alla porta.
Quando aprì, trovò un disegno sul pavimento.
Rappresentava una villa, una finestra illuminata e una donna senza volto. Sotto, con lettere infantili, era scritto:
NON APRIRE QUANDO LEI SORRIDE.
In fondo al corridoio comparve una bambina bionda, con un coniglietto di stoffa tra le braccia.
«Sofia?»
La piccola annuì.
Elena si inginocchiò.
«Hai fatto tu questo disegno?»
Sofia si avvicinò e le mise nella mano una vecchia chiave d’ottone.
«La mamma aspetta», sussurrò.
Prima che Elena potesse fare un’altra domanda, una voce risuonò dalla scala.
«Sofia!»
Era Claudia.
La bambina fuggì nella propria stanza.


